Intervista a Mario Montanari (seconda parte): Un altro Montanari a Dakar? Magari!

Se quaranta anni fa partivi da Terni per perderti in Africa in sella ad una moto, o stavi davvero avanti o qualche rotellina non ti funzionava nel verso giusto oppure, eri uno al quale le rotelline non funzionavano in base a canoni comuni e per questo stavi davvero tanto avanti …

Mario Montanari è ancora oggi un riferimento per i motociclisti ternani e non soltanto perché le sue conoscenze meccaniche mischiate con l’arte di arrangiarsi spesso ti risolvono i problemi, ma perché la sua officina è un punto d’incontro dove fare due chiacchiere, a volte anche con riferimenti filosofici di alto spessore, ti apre un mondo a patto comunque di essere disposti a rinunciare all’orologio perché lì il tempo, scorre in un modo tutto suo. L’officina di Mario oltre che essere un vero e proprio refugium peccatorum per il motociclista ternano, specialmente se endurista, è anche il luogo dove si proclamano i Campioni del Mondo di Enduro Parlato e, a Natale, si elegge il miglior Panpetato della Conca con tanto di assaggio e democratica giuria. Quindi niente fretta e tanta pazienza se passate di li e adesso ripartiamo da dove si era conclusa la prima parte dell’intervista e cioè con Mario & C. persi in Africa alla ricerca delle proprie tracce.

Insomma Mario, in Africa l’avventura è garantita con o senza moto: “Io ho avuto sempre il sogno di andarci e l’ho fatto sia in moto che in auto, con gli amici e con la famiglia e quindi posso dire di essere riuscito a coronarlo, sono riuscito a vivere quelle avventure cosi come le immaginavo. Ti ricordi quando ti ho raccontato dell’aereo? Quando scendemmo da quel volo, incontrammo un italiano di Arezzo che avevamo conosciuto in nave durante il viaggio di andata. Lui commercializzava maschere di legno che acquistava in Africa e rivendeva nei mercatini e, quando ci vide, ci disse subito della fortuna che avevamo avuto ad arrivare sani e salvi perché di quegli aerei ne cadevano più di quelli che ne volavano. Ma questa è soltanto la più piccola parte di quello che ci accadde: a Tamanrasset, vicino al confine con il Niger, si ruppero le moto e noi provammo a ripararle ma senza successo e quindi, tramite l’Europa Assistance, trovammo un camioncino che era disponibile a portarle sino ad Algeri. Uno di noi trovò un passaggio ed io con l’altro viaggiammo in due, per settecento chilometri, in sella alla moto che ancora funzionava. Quando ci ritrovammo, le caricammo tutte e tre su un altro camioncino ma visto che sull’abitacolo non c’era posto, viaggiammo dividendoci il cassone, dandoci il cambio ogni paio d’ore per il freddo che faceva. Insomma, un’avventura vera. Sempre l’Europa Assistence ci pagò la nave fino a Marsiglia e poi l’aereo fino a Roma e da li, il treno fino alla stazione Termini e poi a Terni. Come ricordo mi ero portato via  un sacchetto di sabbia che però, mentre camminavo dentro l’aeroporto, si era bucato e passo dopo passo la lasciava cadere in terra formando una striscia sul pavimento. Neppure nei cartoni animati …”

Alla fine però siete riusciti a tornare a casa “Mi ricordo che riuscimmo a prendere un treno alla sera che da Roma ci riportava a Terni. Era pieno di pendolari e noi eravamo vestiti da motociclisti, sporchi, stanchi, distrutti, seduti con i caschi in mano. Ad un certo punto si sente uno persona che al suo vicino dice: Ma quilli non sò quelli tre che so partiti da Piazza Dalmazia pe’ annà in Africa? Eravamo scioccati ed appena arrivati a casa ci siamo subito ammalati nonostante tutti i vaccini che ci eravamo fatti. Una settimana dopo, una mattina, vedo arrivare Borghi della Municipale che scortava un furgone francese della Europe Assistance con caricate sopra le nostre moto, tutto pagato” Un servizio incredibile “Si, si, fantastico, infatti l’hanno levato!”

Però non mi sembra che questa esperienza ti abbia sconvolto più di tanto “E’ stata dura però dopo soltanto poche settimane che ero tornato a lavorare, già volevo ripartire perché mi era rimasto dentro qualcosa di strano” Il mal d’Africa? Si, avevo voglia di riandare giù. Se quei posti non li vedi, non riesci a capire di cosa ti sto parlando. Cosi decidemmo che l’anno dopo saremmo ripartiti ma questa volta per andare sino Dakar. Purtroppo però, pochi giorni prima di partire, quando tutto era già pronto, Sauro, mio fratello, ebbe un brutto incidente con la stessa moto che avrebbe utilizzato per il viaggio. Si viaggiava senza casco e lui ebbe delle conseguenze serie: ‘na vorda, quanno te portavano a Peruggia, significava che non stavi tanto bbene. Cosi dovemmo rimandare. Ecco, durante quel viaggio ci sono stati momenti che ci hanno fatto dire - Chi ce l’ha fatto fà? -. Andare a Dakar è lunga e non c’è asfalto, sono tutte piste e deserto. Ci spacciavamo per persone che facevano parte della carovana della Parigi-Dakar, nei bivacchi mangiavamo con loro e approfittavamo degli accampamenti. La mattina, quando ripartivano, lasciavano un casino di cibo e materiale e noi, prima che arrivassero le persone del posto, prendevamo tutto quello che ci poteva servire per il viaggio. Ruote, gomme, motori, ricambi, cibo insomma, una quantità enorme di cose di cui si disfacevano per eliminare peso”.

E quell’anno siete arrivati a Dakar “Si, ma avevamo speso un sacco di soldi e ce ne erano capitate tante. Siamo dovuti andare all’Ambasciata italiana per chiedere un prestito di 300.000 lire ma ci voleva tempo. Fu cosi che conoscemmo il direttore dell’Alitalia di Dakar che ci ospitò in una casa, ci fece dei biglietti prepagati e poi riuscì a farci imbarcare le moto sull’aereo. Detto oggi sembra facile ma quasi quaranta anni fa, ti assicuro che è stata un’altra avventura. Arrivammo anche a pensare di vendere una moto per recuperare i soldi che ci servivano per rientrare ma ce la pagavano poco e non sarebbero stati sufficienti. Pensammo alla nave, ad un volo economico che però mi costringeva a passare per Mosca e rimanere li per una settimana ma per fortuna questo direttore ci trovò questa soluzione”

Bhe, per lo meno con tutte queste peripezie, immagino che la voglia di andare in Africa ti era passata “Ma che dici? Stavamo facendo un Mototrip e all’improvviso ad un amico dico – A me, m’è presa voja de annà in Tunisia – Detto, fatto: siamo partiti la sera stessa e quando siamo arrivati laggiù abbiamo noleggiato una Saxo allestita appositamente. Dopo ci sono tornato con mia moglie e con Tommaso. Ci siamo divertiti da morire con una Passat. Siamo arrivati sino all’oasi di Sassiland dove c’è una lago con l’acqua calda sorgiva”

Cambiamo discorso: volenti o nolenti tu mi ha avuto anche come presidente e qualche volta ci siamo anche scontrati durante le riunioni del moto club. Tu dicevi sempre che l’enduro è fatto di gente ignorante, chiaramente nel senso buono del termine. Ma allora perché a Terni c’è questa grande tradizione? “Perché semo tutti ignoranti! (e scatta la risata …) L’enduro si è sviluppato e fatto presa a Terni perché, per prima cosa, i luoghi sono adatti e poi perché è stato un virus che noi abbiamo creato. Io, Manoni, la Strega e tanti altri tutti le domeniche andavamo a Stroncone, sulla pista e li passavamo intere giornate. E poi, la cosa bella, è che a quei tempi c’era soltanto un moto club. Oggi ce ne sono troppi! Sai quante volte ho auspicato che si potesse tornare tutti insieme? Magari l’opportunità esiste o va creata “Magari, ma purtroppo c’è sempre qualche dissidente, qualche persona che non condivide questa idea e a me sembra anche neppure l’idea di avere una passione in comune”

E per far crescere i campioncini di domani come si potrebbe fare? “E’ cresciuto il numero di quelli che si avvicino ma in molti tornano indietro perché i costi sono elevati. Oggi tutti vorrebbero partire alla grande ed all’inizio spendono tanto, troppo. Ci vorrebbe una struttura, anche piccola, un campo con un fettucciato per fargli capire se innanzi tutto gli piace. Io sono certo che non c’è neppure mai stata la volontà seria di realizzarlo, neppure da parte dell’amministrazione comunale. Tutti si riempiono la bocca di promesse ma mi sembra che poi, il nostro, rimane sempre uno sport di serie B”

Tu hai corso ed adesso corre Tommaso: cosa significa da genitore vederlo in pista? “E’ differente, è tanto diverso. Sai quello che significa e sai quali sono i rischi” E di questa idea che vorrebbe correre nei rally? “Mi preoccupa ancora di più ma da una lato mi fa felice; lui è uno che si impegna tanto ed i suoi sogni li ha sempre realizzati e per lui partecipare alla Dakar lo è diventato e spero che ci riesca” Quindi un altro Montanari a Dakar? Speriamo, anche se io avevo un progetto differente. Io avrei voluto tornarci con lui ma con il Guzzi Superalce di mio padre insieme all’SP1000 del ’79 di un carissimo amico con il quale è andato tre volte a Capo Nord e magari con una Guzzi moderna come la V85TT. Quella la farei guidare a te!”

Hai sessant’anni, dovresti rilassarti. Ma di quel Mario che diceva ai Carabinieri che il Mototrip sarebbe passato in un posto mentre invece passava da tutt’altra parte, cosa rimane? “Io a dodici anni andavo in giro per macchie e non ho mai preso una multa. E’ vero, ho fatto quello che dici tu, diciamo che sono stato un po’ equivoco e qualche multa al moto club è arrivata (risata …) ma l’ho fatto per far divertire le persone. Ero, anzi eravamo, tutti comunque consapevoli che non avremmo fatto danni irreparabili. Noi enduristi vogliamo bene alla macchia, cerchiamo di mantenerla, la manteniamo viva e la ripuliamo a differenza di tanti altri. Comunque io tutto quello che ho fatto, lo rifarei tranquillamente”

Un’ultima domanda: un po’ di tempo fa io ti ho portato un CBR e ti ho detto di farlo con calma. Dove ho sbagliato, visto che non c’è verso di riprenderlo? “Hai sbagliato solo li, ha dirmi di farlo con calma … E’ che siete amici e se non mi approfitto di voi con chi lo faccio? Ma ve vojo bene!”

di Roberto Pagnanini

 

 

Sponsor

Sipace group autocarrozzeria
Stadium
Wind Terni piazza della Repubblica