Intervista a Mario Montanari (prima parte): Me raccomanno fijo mio, sta attento a li leoni!

Sessant’anni di vita che hanno molto da raccontare, un andare dinoccolato, gli occhialini rossi sempre calati sul naso, una tuta da elicotterista; cosi trovo Mario, al secolo Montanari, che mi aspetta nella sua officina di Via del Cassero, giusto un ponte più in là rispetto a dove, era giovane, iniziò la sua carriera di meccanico. Sotto Ponte Romano infatti, c’era l’officina di Canzio dove le Moto Guzzi, e non soltanto quelle, erano di casa. A parlare con lui ci staresti delle ore perché se sei un appassionato di moto, e di quanto alle moto ci gira intorno, lui ti appare come una enciclopedia ma non del sentito dire e non soltanto per quello che concerne la meccanica, ma per aver vissuto e visto cose che molti, incluso io, avrebbero voluto vivere. D’altronde cosa vuoi aspettarti da chi, quando Dakar era difficile trovarla anche su un atlante, partì da Terni in moto per raggiungerla? Tanti sono gli aneddoti e le considerazioni su passato e presente che Mario ci ha regalato che in un solo numero di Daje mò non c’entrano e quindi, la sua intervista la troverete divisa in due parti.

Innanzi tutto Mario, vorrei sapere come sei finito in mezzo alle motociclette “Il più piccolo dei fratelli di mio padre aveva un Morini Settebello tutto preparato con tanto di tromboncini e manubri bassi e lavorava a Rieti. Qualche volta mi portava con lui, rigorosamente senza casco, e mi ricordo le vibrazioni di quella moto ed io che strusciavo il piede in terra quando affrontavamo le curve. Mi sembrava di stare sdraiato sull’asfalto ed era una emozione unica. Detto questo, mio papà non aveva l’automobile e quindi portava tutta la famiglia in moto ma non uno per volta, in quattro tutti insieme.”

… tutti insieme? “Si, tutti insieme! Mio fratello sul serbatoio, papà che guidava ed io tra lui e mia  mamma che sedeva all’amazzone sul sellino. Lui era un motociclista vero, mio zio altrettanto, mio nonno pure, i miei cugini che, chi più o chi meno, hanno tutti corso nel cross insomma, le moto hanno sempre fatto parte della nostra vita.”

E fin qui va bene, ma a fare in meccanico come ci sei arrivato? “Adesso te lo spiego: quando ero bambino le Lego non esistevano ma in compenso dove adesso c’è la COOP c’era un grande sfasciacarrozze e li dentro, tutte ammucchiate una sull’altra, c’era una montagna di moto dismesse. Motom, Benelli, MotoBi e siccome mio padre era amico con Quaglia, il proprietario dello sfascio, lui gliene dava un paio alla volta che papà portava a casa. Io le smontavo, le rimontavo e quello era il mio gioco preferito, tutto all’aperto dietro casa, sopra un grande tavolo di legno che io riempivo di pezzi. Certi mal di testa la sera! Ma mi piaceva tanto, era la mia passione insieme a quella di correre con la moto. Con i nostri motorini, quelli in voga in quegli anni, il Califfone piuttosto che il Rizzato o tanti altri, noi andavamo tutti i giorni a Stroncone, sui prati, dove c’era la pista di motocross. Era un viaggio, ma non per scherzo; noi passavamo da Miranda ed era tutta macchia”

Ho capito, ma da li a diventare un meccanico di professione ce ne passa “Quando andavo a scuola io, l’estate, durante le vacanze, si andava a lavorare perché dovevi m’para lu mestiere e a me piaceva fare il meccanico, ma non di auto, quelle non le ho mai sopportate, troppe ruote, quando le parcheggi non serve neppure il cavalletto … Insomma, cercando un posto dove lavorare come meccanico di moto, sono finito nell’officina del mitico Canzio, quella che stava sotto Ponte Romano. Lui gestiva anche l’assistenza della Moto Guzzi per conto della concessionaria Cresta e Tarquini e da li tutto è iniziato. Non è stato facile perché quando uno è giovane ogni tanto sbrocca ma tra le volte che me ne se sono andato e quelle che sono ritornato, ci ho passato degli anni. Quando poi lui decise di lasciare l’assistenza della Guzzi, io ho deciso di rilevare l’officina ed eccomi qui.”

E con le corse? “La prima licenza l’ho fatta con il Maxi Moto Grup ed ho corso nel cross, nell’enduro e nei rally dove ho perso un Campionato Italiano all’ultima gara per un punto.”

Tra gli appassionato ed amici esiste una leggenda che ti riguarda: “Me raccomanno fijo mio, sta attento a li leoni!”. Mi racconi da dove salta fuori?“(risata …) Adesso te lo dico io da dove viene fuori, ma prima te ne racconto un’altra di storia: considera che dopo qualche volta che già andavamo in Africa, dopo un mese che non vedevo mia madre perché eravamo partiti per andare dietro alla Dakar, quando la carovana vi arrivò c’era la televisione che riprendeva l’evento e lei, guardando casualmente la TV, mi vide nelle immagini ed esclamò “Guarda ‘n po’, ma quillo è Mario!” Ecco, questo per spiegarti qual’era l’ambiente del tempo. Non c’erano i telefonini e per giorni nessuno sapeva nulla di te. Io lavoravo ancora da Canzio e quando gli dissi che volevo vivere quell’esperienza ed andare in Africa in moto, in un primo momento non la prese benissimo, ma poi si lasciò trasportare dall’entusiasmo. Adesso è facile ma allora non lo era mica tanto. Un conto era leggere, vedere le foto e pensare di andarci in Tunisia ed Algeria, un’altra cosa era quello che ti aspettava una volta arrivato. Non avevamo un idea di quello che ci sarebbe servito. Avevamo caricato le valige con dentro persino il panpepato …” Il panpepato? “Si il panpepato, il Viparo, il parmigiano; d’altronde si partiva a gennaio, che ti volevi portare? Arrivati in Africa, li abbiamo fatti assaggiare ad un ganese che la mattina dopo si è presentato fuori della tenda con una busta d’erba da fumare per fare uno scambio alla pari: un panpepato ed il parmigiano per una busta d’erba.” E come è andata a finire? “ Ma che sei matto! Ci siamo tenuti il panpepato …”

Ma dico io, quarant’anni fa come ti poteva venire in mente di partire da Terni per andare a Dakar, per di più a gennaio? “La prima volta non andammo a Dakar, ma incrociammo la carovana una volta giunti in Africa. Era gennaio e faceva un freddo! Pensa che mentre andavamo ad imbarcarci a Napoli, l’autostrada era ghiacciata e ci siamo dovuti fermare a Fiano Romano perché non riuscivamo a guidare ma eravamo fiduciosi perché convinti che poi, una volta arrivati laggiù, nel deserto, avremmo trovato sole e caldo. Quanto ci eravamo sbagliati!”

Ma questa storia dei leoni? “Allora, la partenza del primo viaggio, forse era l’80 o l’81, era stata organizzata davanti al Bar Ambassador, il più in voga in quegli anni, con tanto di rampa, palco e speaker e non ci crederai, ma c’era anche la gente a guardare. La spedizione era composta da sole Yamaha: io su XT600, Andrea Emiliozzi con una XT400 e Sebastiano Canè che si presentava con un XT550. Durante la presentazione Canzio mi mette un binocolo a tracolla e infila dentro la custodia 100.000 lire e tra una pacca sulle spalle e l’altra, mia mamma preoccupata del fatto che andassimo in Africa, mi fece l’unica raccomandazione logica: Me raccomanno fijo mio, sta attento a li leoni! D’altronde una madre che ti vede partire per l’Africa cosa ti deve dire?”

Quindi quella fu soltanto la prima volta di tante altre che sei andato in Africa “Si, quella fu la prima volta e andammo dalla Tunisia all’Algeria rischiando anche molto perché provammo a fare una pista clandestina chiamata la Via dei contrabbandieri che porta da Jeanette a Tamanrasset, attraversando la catena montuosa dell’Ahaggar. Noi avevamo pianificato tutto in base ad un road book che ricevemmo da Angelo Cucinotta, un motociclista milanese che aveva già fatto quel viaggio ma la realtà, come ti dicevo, era ben diversa da quello che immaginavamo”. Ne abbiamo passate di tutti colori: dalle moto che si sono rotte al dover stare per tre giorni chiusi in tenda per una tempesta di sabbia fino al fatto che io, che mai ero salito su un aereo, fui costretto a volare su un affare che neppure gli somigliava ad un aereo tanto che ero convinto che quell’attrezzo sarebbe caduto. Il pilota poi nemmeno te lo descrivo, un personaggio che sembrava uscito da un fumetto al quale abbiamo dato una mazzetta per farci caricare le moto che abbiamo legato nella stiva, alla pancia dell’aereo. Benzina ed acqua contate ed a volte eri costretto ad andare fuori pista per raggiungere una pompa di carburante, percorrendo magari anche qualche centinaio di chilometri in più, sempre ammesso che non ti perdevi. In una occasione, per ben tre volte siamo stati costretti a tornare alla base dopo essere andati a cercare un distributore ed aver sbagliato direzione. Che avventura. Ci siamo trovati anche a seguire un convoglio di camion che attraversavano il deserto e cosi facendo eravamo sicuri di seguire la pista giusta ma siccome li lasciavi andare un po’ avanti per non ritrovarti investito dalla nuvola di sabbia che alzavano, all’improvviso pufff … svaniti e noi persi a cercare le nostre stesse tracce per tornare indietro …”

E su quelle tracce per tornare indietro, si chiude questa prima parte dell’intervista a Mario Montanari quindi, non perdetevi il resto che sarà pubblicato sul prossimo numero di Daje mò.

di Roberto Pagnanini