Intervista a Enrico Borghi: Terni deve esibire la sua cultura motoristica

A distanza di qualche mese, l'intervista è stata pubblicata sul numero di maggio di quest'anno, riproponiamo quella fatta a Enrico Borghi perchè é quanto mai attuale, vuoi perchè giunti quasi al termine del Motomondiale sembra sottolineare l'ottimo lavoro svolto dalla Dorna, vuoi perchè il motorismo nostrano non passa mai di moda.

Enrico Borghi, 55 anni, giornalista, una delle più belle penne capaci di raccontare di moto. Una vita passata tra le due ruote, sia artigliate che lisce, cinque lustri da inviato, anche negli USA, sui campi gara del Supercross, del Mondiale Cross e della MotoGP, poi tre anni da Direttore. Sempre a Motosprint. Da poco più di un anno è anche editore di un nuovo magazine all’interno del panorama delle riviste di settore, SLICK. Prima di tutto questo però, Enrico è un amico, un amico vero, un compagno di viaggi in tanti Gran Premi, li dove se pur in angoli differenti del mondo, le abitudini di chi vive il paddock sono sempre le stesse. Raggiunto telefonicamente nel rispetto delle attuali limitazioni legate al COVID-19, lui gentile come sempre, non si è tirato indietro nel concederci questa intervista dove racconta tante cose e di come vorrebbe in futuro le corse delle moto.

Buona lettura…

La prima domanda è banale ma inevitabile: come stai vivendo questo momento cosi difficile legato al COVID-19 e come sono cambiate le tue abitudini?

Dal punto di vista lavorativo è dura perché noi non possiamo fare tutto al telefono dato che le storie che raccontiamo si basano su rapporti umani, su ricerche, sull’andare nei posti, sul parlare con le persone; e siccome siamo blindati in casa, tutto questo non si può fare. Ma va bene lo stesso, tutto passerà ed in ogni caso in tempo di Coronavirus siamo riusciti a pubblicare un numero di SLICK (a metà aprile) e stiamo lavorando al prossimo, nell’attesa che si torni alla normalità.”

Inevitabilmente il diffondersi del COVID-19 ha inciso sulla programmazione dei vari campionati, generando allo stesso tempo problematiche logistiche ma anche economiche a promoter ed organizzatori. Facciamo un gioco, domani mattina ti svegli Ezpeleta, sei seduto alla sua scrivania di Madrid e devi trovare le giuste soluzioni per Motomondiale e WSBK per questo 2020: prenderesti in considerazione il fatto di non disputare i campionati o proveresti a far correre più gare possibili anche se poche?

Farei esattamente ciò che sta facendo Carmelo, che è una persona di buon senso. Raccoglierei dati ed informazioni ed aspetterei giugno-luglio per decidere. Oggi sarei più propenso a fermarmi, a riordinare le idee, cercando denaro e quant’altro per preparare un 2021 di rilancio; però lo dico oggi, magari in agosto potrei cambiare idea. Il problema è che in questa situazione siamo in mano ai Governi, quindi a qualcosa di più grande di noi. Ci saranno nuove Leggi, protocolli sanitari a cui attenersi, ed ogni Paese potrebbe averne uno diverso. Ecco, quello già potrebbe fermarci: se quel Paese non ti vuole o ti impone norme troppo severe, tu non puoi fare niente. In ogni caso bisogna valutare i protocolli sanitari e capire che mille o duemila persone in un paddock sono un assembramento; inoltre i circuiti a porte chiuse rappresentano un disastro finanziario per l’organizzatore e non tutti sono disposti a pagare la Dorna per ospitare una gara che non prevede pubblico e quindi nessuna entrata economica. Ricordiamoci inoltra cosa significherà viaggiare in aereo, fra precauzioni e paure varie… E poi, se certi Paesi chiederanno una quarantena? Un Gran Premio non durerà una settimana, ma venti giorni. Tu arrivi, stai un periodo in hotel e poi vai in circuito nella speranza che nessuno, nel frattempo, si sia ammalato? Cosa facciamo, corriamo dieci Gran Premi cosi? Il gioco vale davvero la candela?”

Tu sei legato a doppio filo alle moto ed alle corse in genere, conosci perfettamente sia il mondo dell’off-road, quello vero, quello americano, cosi come quello della velocità: come sono cambiati nel tempo ambienti e piloti?

Il grande cambiamento è arrivato con le televisioni, soprattutto quelle a pagamento. Si è creato un circolo vizioso: aumentano i costi e servono più soldi, la TV promette di farteli trovare perché puoi convincere un maggior numero di sponsor. Quindi apparire “meglio” in TV, per guadagnare di più: questo ha stravolto il nostro sport, che era fatto di spontaneità. A volte c’erano anche comportamenti non proprio impeccabili, però facevano parte del bello del nostro mondo. Ci mostravamo per ciò che siamo. La TV a pagamento ha stravolto il modo di pensare e di agire di tutti. I piloti sono radiocomandati, non sono più liberi né spontanei, dicono quello che la squadra dice loro di dire per compiacere il tal sponsor; di conseguenza si sono adeguati tutti, meccanici, ingegneri, team manager. La payTV fa spettacolo, non informazione. Ti segue ovunque, sempre, produce contenuti per 24 ore, tutto deve essere perfetto… Quindi ha costruito un mondo che è bello da vedere per il grande pubblico, quello che sta davanti allo schermo, ma non è del tutto reale. Quando le telecamere vanno via, infatti, tutti sono molto diversi… E secondo me sono migliori, perché più veri. Per me, e vale per il Fuoristrada come per la Pista, questo sistema tipico dello sport di oggi ha tolto al motociclismo gran parte del suo DNA.” 

OK, allora torniamo al gioco di prima: da CEO di Dorna, come ti piacerebbe che fosse il Motomondiale del futuro? Come lo cambieresti per renderlo più vicino a come lo vorresti tu?

Di sicuro bisognerà ridurre i costi – team, piloti, sviluppo, ecc… – perché abbiamo davanti anni duri: siamo messi molto peggio del 2008, questa crisi è devastante. E mi collego al discorso precedente: ridurrei il potere delle pay TV, perché devono svettare i veri attori di questo sport, piloti e team, che invece spesso finiscono per essere “figure” dello spettacolo televisivo. Bisogna almeno trovare un equilibrio, perché la MotoGP assomiglia sempre più ad un format TV. E poi devono migliorare i rapporti tra piloti-team e gli appassionati: non è possibile pensare che tutto si riduca ai social. I top team si stanno chiudendo al mondo esterno, stanno limitando le relazioni vere, umane. Invece nello sport è un errore: bisognerebbe recuperare certi valori che magari, in futuro, ci premierebbero. Quindi mi terrei lo sport, nel senso dei suoi valori, dell’umanità, della fantasia, del talento delle persone; e gestirei la tecnologia che, se gestita bene, è un aspetto fondamentale degli sport dei motori.”

Dopo oltre venticinque anni da inviato, adesso alla tua professione di giornalista hai affiancato quella di editore. Dopo una vita a Motosprint, di cui appunto sei stato prima inviato e infine direttore, hai lasciato tutto per sposare un nuovo progetto: hai fatto nascere SLICK, nato per raccontare storie. Da dove nasce questa idea?

“Ho realizzato che in quasi trent’anni ho fatto tutto quello che sognavo di fare: Motocross, Supercross USA, MotoGP. Fino alla Direzione. Quindi sono andato ben oltre le mie aspettative. Ad un certo punto non c’era più nulla che potessi fare, in quel contesto, invece io ogni tanto ho bisogno di cose nuove. Quindi avere perciò la possibilità di creare progetti nuovi, come editore, per me è molto eccitante. Ho pensato che fosse il momento giusto, per esperienze fatte, età e maturità. SLICK è una casa editrice che farà tante cose, ma in sostanza vogliamo raccontare storie, quelle che non puoi trovare sullo smartphone, dove invece ci sono le notizie e i commenti; così abbiamo iniziato creando un magazine internazionale pensato come un libro, e presto aggiungeremo anche i libri veri e propri. I prodotti cartacei non sono finiti, però devono ricollocarsi.”

E se ti chiedessi di raccontarne una su Terni, di storia, su quello che ha rappresentato nel mondo delle corse e dei motori, cosa scriveresti?

Di Terni mi piacerebbe fare un racconto che diventa una sorta di dipinto riguardante una delle città italiane dove c’è la cultura del motore, del motorismo, che sia riferito alle auto o alle moto. Terni fa parte di uno scacchiere del motorismo italiano e la disegnerei come una parte di un grande puzzle che però è stata un po’ dimenticata dai contemporanei; nel mio racconto auspicherei, descrivendo ciò che è stata, che Terni recuperasse la sua cultura motoristica. Deve esibirla, quindi, organizzando mostre ed eventi, anche di racconto e di intrattenimento. Per far capire ai giovani cosa è stata. E mi piacerebbe anche partecipare a questi incontri con i personaggi di Terni. Questo è ciò che immagino anche per le città della mia regione, l’Emilia Romagna, e per tanti altri posti in Italia. Adesso concedimi un’appendice, anche se non mi hai fatto una domanda specifica: la mia grande preoccupazione a causa del Coronavirus non è relativa soltanto alla mazzata che abbiamo preso, ma a come noi saremo dopo. La cosa che mi preoccupa di più è il fatto che gli italiani possano dimenticarsi di quello che noi siamo e siamo stati. Gente di fantasia, di grande intelligenza, spesso genialità. Gente reattiva, che sa lavorare. E lo abbiamo fatto vedere anche nel mondo dei motori, auto e moto. Se torneremo “a fare gli italiani”, la mia preoccupazione svanirà; se invece non ci ricorderemo chi siamo stati e cosa sappiamo fare, allora il futuro dovrà preoccuparci.”

Come non condividere tutto questo? E nella certezza di ricordarci tutti di essere italiani non ci resta che un: “A presto Enrico, ci si vede in pista!”

di Roberto Pagnanini

 

 

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