Auto, moto, corse e non solo …

Auto, moto, corse e non solo …  
Soltanto pochi giorni fa, era il 4 novembre, in tutta Italia si è celebrata la Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate il tutto nel Centenario della fine della Grande Guerra. Quella tra il 1915 ed 1918 fu senza ombra di dubbio la prima guerra totale ed industriale della storia. Il grande numero di nazioni coinvolte cosi come l’utilizzo massivo di nuove armi, aerei, sommergibili, carri armati, moto, automobili e, per il tempo, nuove tecnologie capaci di produrne in tempi brevi i quantitativi necessari, ne sono state certamente la testimonianza. La mobilitazione di oltre 5.000.000 di soldati poi, dei quali circa 650.000 non fecero ritorno a casa ed un milione ne porteranno i segni nelle carni per tutta la vita, certificò invece la parte tragica di questo lustro di pazzia. Ma non soltanto questo perché a parte chi la vita la lasciò tra le trincee al fronte, la storia dell’epoca racconta anche di 5.000 civili morti in azioni di guerra e di altri 600.000 deceduti per malattie e malnutrizione. Un evento tragico che dovrebbe aprire gli occhi sulla capacità insana dei popoli di portarsi all’autodistruzione.  Anche Terni, inevitabilmente, pagò il suo contributo e lo fece sia in termini di vite che di sacrifici in generale; per l’intera Umbria si contarono circa 11.000 morti e ancora oggi, girovagando per i piccoli borghi della nostra regione, non è raro incrociare lo sguardo con lapidi o monumenti che ne tengono in vita la memoria. Fu oltremodo un periodo nel quale in pratica, facendo leva sull’eccezionalità del momento, l’intera società civile venne sottoposta ad una mobilitazione generale che innescò anche le prime forme di organizzazione scientifica del lavoro ed un maggior inserimento di mano d’opera femminile nelle varie attività produttive. In quegli anni Terni stava vivendo un grande cambiamento passando da piccolo insediamento urbano prettamente indirizzato all’agricoltura a vera e propria entità industriale di primaria importanza nazionale. Un cambiamento che ebbe inizio  in quel lontano 10 marzo del 1884 quando venne posata la prima pietra sulla quale si sarebbe costituito uno tra i complessi produttivi più importanti agli albori della civiltà industriale italiana: la Società degli Alti Forni, Fonderie e Acciaierie. Sicuramente, la grande presenza e disponibilità di acqua unita alla sua collocazione geografica che la poneva al centro dello stivale, hanno avuto il giusto peso affinché si decidesse di trasformare Terni nella Manchester italiana tanto che, in quel periodo, il cinquanta per cento della produzione nazionale di acciaio usciva dalle sue linee di lavorazione e il più grande maglio al mondo, con cinque metri di corsa e centootto tonnellate di potenza, battendo i suoi colpi su una sottoincudine da mille tonnellate fusa in un unico blocco, vanto ed esempio unico della metallurgia, scandiva i tempi della vita quotidiana di migliaia di operai. Nel 1861 poi, fu anche istituito il Regio Istituto Tecnico che divenne ben presto uno dei più importanti della penisola, attraendo giovani da ogni parte. Ma la rilevanza che la città si stava procurando come polo strategico industriale e militare, non era soltanto rivolta alla produzione siderurgica perché di pari passo andavano sempre più acquisendo importanza i  vari settori minerario, chimico ed  elettrico. Ma tornando all’acciaio prodotto negli altiforni delle fonderie, c’è da dire come questo servisse anche ad alimentare le linee di uno stabilimento militare, la Fabbrica d’Armi il cui  inizio all’edificazione fu dato il 2 maggio del 1875 da S.E. Generale Ricotti, allora Ministro della Guerra. Uno stabilimento all’avanguardia per quei tempi, capace nel periodo in cui scoppiò la Grande Guerra, di una produzione giornaliera di circa duemila fucili, i famosi Carcano mod. 91, con un impegno in termini di forza lavoro di quasi settemila operai. Non solo, al suo interno si progettavano e producevano anche le corazze con le quali proteggere le navi della Reale Marina Militare Italiana e, dulcis in fundo, anche la famosa autoblinda FIAT-Terni Tripoli, conosciuta anche come Terni, FIAT Tripoli e FIAT Libia. Erano gli anni in cui la città cercava di reagire agli orrori del conflitto appena concluso e le gesta di Umberto Baconin Borzacchini iniziavano ad accendere i cuori dei ternani. E se da una parte il futuro Campione iniziava a dare spettacolo sul piazzale sterrato davanti al Duomo alla guida di una SCAT, il tutto vicino a quella che era l’auto moto officina di  Tomassini e Conti in Via Aminale dove prestava la sua opera, dall’altra parte di Terni, in Viale Brin, prendeva forma appunto questo mezzo militare. Realmente l’autoblinda nacque all’interno delle acciaierie nel 1918 e, con la fine della prima guerra mondiale, fu destinata all’uso nelle colonie italiane tanto che un primo lotto costituito da 12 unità, venne destinato in Libia dove erano operativi il Regio Corpo Truppe Coloniali della Cirenaica e quello della Tripolitania. Con il passare degli anni, la Terni risultò essere ormai obsoleta anche per semplici compiti di polizia coloniale ma, allo scoppio della seconda guerra mondiale, quando il Regio Esercito si trovò a corto di mezzi motorizzati, le sue carrozzerie blindate vennero montate sui telai dei alcuni autocarri FIAT-SPA 38R, ne vennero modificate le torrette e furono dotate di mitragliatrici provenienti da aerei fuori uso e destinati alla stessa protezione antiaerea della Brigata corazzata speciale Babini. E cosi quella Terni che fu la quarta in Italia ad essere dotata dell’illuminazione pubblica ad elettricità, istituita provincia nel 1927 per merito dell’allora podestà Elia Rossi Passavanti ben introdotto negli ambienti romani, che aveva dati i natali a Borzacchini soltanto pochi lustri dopo che i bersaglieri di Lamarmora entrarono in Roma, fu inoltre protagonista nella produzione automobilistica anche se, destinata a scopi meno pacifici rispetto a quelli di una semplice gita fuoriporta …

 

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